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Sondaggio IPR Marketing per Il Resto del Carlino. Referendum: gli elettori PD stanno con Renzi

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fonte foto: Quotidiano Nazionale


Gli elettori Pd stanno con Renzi Ma solo la metà è convinta del Sì

Sondaggio Ipr Marketing: il 10% per la scissione, il 15% con Bersani


OGGI si chiuderà la Leopolda. Una manifestazione in tono minore, soprattutto in ragione delle difficoltà attraversate da Matteo Renzi: non tanto nelle vesti di capo del governo, quanto in quelle di leader del centrosinistra, di “regista” capace di saldare le diverse anime del suo partito a meno di un mese dal referendum. Un appuntamento che con ogni probabilità deciderà non solo le sorti della legislatura, ma anche quelle di una importante fase politica. Quella dell’ambizione rottamatrice, del rinnovamento, del “Pd 2.0”. Effettivamente, la cronaca offre l’immagine di un partito democratico in costante fibrillazione. Una parte cospicua della minoranza si accinge a votare contro la riforma costituzionale promossa e proposta dal premier-segretario. Altri pezzi di partito attendono ulteriori sviluppi per fare le loro valutazioni.


MA QUALI sono gli stati d’animo degli elettori Pd al riguardo? Qual è, cioè, il grado di sintonia tra la rappresentazione offerta dai vertici e gli umori della base? Partiamo da un indice generale sullo stato di salute del partito, quello relativo al suo consenso elettorale. Se andassimo a votare oggi, il Pd otterrebbe il 32% dei consensi. Un risultato molto distante dal 40,8% delle elezioni europee del 2014. Motivato dal fatto che alcune delle premesse del progetto politico renziano non si sono realizzate. Lo sfondamento nel centrodestra – che era stato alla base del successo elettorale alle europee – oggi è rientrato: in questi due anni una porzione significativa del 9% andato disperso è ritornata, dopo una fugace infatuazione, in parte in Forza Italia ed in altra parte si è diretta verso il M5S. Il Movimento di Grillo è vivo e vegeto e una quota non esattamente irrilevante del popolo di sinistra ha dirottato lì le sue preferenze.


NEL frattempo il rinnovamento generazionale, quantomeno a livello elettorale, non è riuscito: il 55% di chi vota democratico ha più di 50 anni, evidenziando dunque un profilo analogo a quello della gestione Bersani. Tutto questo indurrebbe a credere che la missione «leopoldina» abbia in qualche misura fallito l’obiettivo: che la determinazione a «cambiare tutto» oggi non trovi riscontri nella realtà, che il progetto non abbia fatto breccia oltre il recinto dei consensi acquisiti. È possibile. Tuttavia, ciò non significa che la leadership di Matteo Renzi tra i suoi elettori sia in discussione.

Anzi, la cosiddetta rottura “sentimentale” più volte suggerita dalla componente più a sinistra del partito non sembra nelle cose. Interpellato circa la propria appartenenza di “area”, il 72% dell’elettorato dem dichiara di stare con il segretario, mentre solo il 15% appoggia la sinistra. Un ulteriore 13% non è in grado di darsi una collocazione precisa.

 Questa composizione si traduce in uno stato di sostanziale compattezza interna. Il 72% dei sostenitori auspica un partito unito, mentre appena il 10% spinge per una separazione tra le sue correnti, attraverso una scissione. La coesione si manifesta anche rispetto agli ipotetici scenari del dopo-referendum. In caso di vittoria del “no”, solo il 10% degli elettori Pd riterrebbe opportune le dimissioni del premier, mentre ben il 65% lo vorrebbe ancora a palazzo Chigi e segretario del partito.


INSOMMA, la geografia delle appartenenze, a tre anni dalle primarie, consegna l’immagine di un Renzi ancora saldamente in cima alle preferenze degli elettori democratici. Eppure, per il suo destino politico è indispensabile che l’asticella del consenso salga ancora. Infatti, sarà essenziale che all’appuntamento referendario si orientino sul “sì” non solo il 50% degli elettori dem già determinati a farlo, ma anche una buona parte di quel 15% che ancora non ha deciso cosa scegliere e del 20% che, attualmente, non intende andare a votare. In questo modo il 15% che sostiene di voler respingere la riforma, forse, risulterà ininfluente. Non rimpinguerà la già consistente e variegata alleanza per il No. E la prossima Leopolda potrebbe essere meno mesta di quest’anno, in cui regna su tutto l’angosciosa attesa del day after, di cosa accadrà lunedì 5 dicembre.


Antonio Noto

direttore IPR Marketing 

fonte: Quotidiano Nazionale

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