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Sondaggio IPR Marketing per Il Resto del Carlino. Referendum costituzionale: un italiano su due è pronto a non votare

Sondaggio IPR Marketing_referendum boomerang per Renzi



Referendum boomerang per Renzi.

Un italiano su 2 pronto a non votare.

Il 52% è per il no. Al di là del quesito sarà un giudizio sul premier


OGGI solo il 50% degli italiani dichiara che si recherà a votare in occasione del referendum costituzionale del prossimo ottobre. Tra questi, i ‘no’ prevalgono di misura, con il 52%. 
Si dirà che siamo distanti alcuni mesi dall’appuntamento, che appena il 42% degli intervistati sostiene di conoscere l’oggetto della consultazione e che di questi, non oltre il 27% – dunque circa uno su quattro – ritiene di avere elementi di valutazione sufficienti per una scelta davvero consapevole. Ma siamo così sicuri che la conoscenza dettagliata della riforma sarà determinante ai fini del risultato di questo autunno? 
Per paradossale che possa sembrare, la domanda è lecita. Nell’immaginario dell’opinione pubblica, infatti, la consultazione ha subito un deciso slittamento di senso: il referendum, se formalmente investe i contenuti della nostra Costituzione, sostanzialmente viene percepito come un responso sul governo. E su Matteo Renzi, in particolare. 


AL DI LÀ della pericolosità insita nel ridimensionamento di un passaggio di tale rilevanza a misura del contingente, questo fenomeno introduce ulteriori variabili, del tutto improprie, nel corpo del dibattito: la tenuta del Pd nelle sue varie anime interne, la riorganizzazione del centrodestra attorno alla sua componente moderata o a quella più oltranzista, la relazione ‘perversa’ con la legge elettorale, costantemente discussa e immaginata, con una certa spregiudicatezza, come moneta di scambio. Finendo con alterare profondamente fisionomia e prospettive dell’iniziativa. 


L’ORIGINE di questa «alterazione percettiva» è nota a tutti. Inizialmente, all’indomani delle elezioni europee del 2014, fu lo stesso premier a dare una forte impronta personale alla riforma, convinto in tal modo di trasmettere al Parlamento un dinamismo diretta emanazione della propria popolarità. In quel quadro, con un centrodestra apparentemente annichilito e un Movimento 5 Stelle limitato nella propria spinta propulsiva entro il confine del voto di protesta, un Pd compattato dalla vittoria pareva in grado di dettare traiettoria e tempi del cambiamento, anche drenando consensi presso l’opinione pubblica moderata. 
Oggi il panorama è decisamente diverso, al punto che l’identificazione del ddl Boschi con la mission renziana appare una mossa quantomeno azzardata. Quella che veniva percepita inizialmente come una scelta utile ad accelerare i processi, due anni dopo si rivela un’arma a doppio taglio capace di mandare in soffitta Renzi insieme alla sua più importante iniziativa politica. 


IL PRESIDENTE del Consiglio ha certamente delle carte da giocare, e tuttavia è innegabile che la sua capacità di traino, al momento, sia piuttosto ridotta. Dalla fine del 2014 il suo livello di fiducia, secondo sondaggi di Ipr Marketing, è sceso dal 50% al 33%: se allora un elettore su due confidava nella sua capacità di leadership, oggi la quota dei sostenitori è scesa a uno su tre. 
Ma a questo punto, nell’interesse della riforma stessa, come riportare il dibattito sui binari corretti? La risposta non è semplice. 
L’opinione pubblica è particolarmente sensibile ai messaggi immediati e perentori, e il «mi gioco tutto» del presidente del Consiglio è tanto efficace quanto difficile da scalfire nell’immaginario collettivo. Inoltre, politicamente, sarebbe molto complicato per Matteo Renzi cambiare posizione senza compromettere seriamente la propria credibilità e, con essa, le sorti del referendum costituzionale. 


OGGI, nel Paese, il fronte che gli è ostile – per quanto informe e non assimilabile politicamente – è preponderante, e se queste proporzioni si riproducessero nelle urne di ottobre, il risultato sarebbe piuttosto scontato. Il tutto a prescindere dalla qualità intrinseca del ddl. Di comunicazione si può ‘ferire’ ma anche ‘perire’.


Antonio Noto

Direttore IPR Marketing


fonte: Quotidiano.net


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