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SONDAGGIO IPR MARKETING PER IL RESTO DEL CARLINO. IL CONFLITTO RENZI-MAGISTRATURA PENALIZZA IL PD, ANCHE SE PER GLI ITALIANI LA GIUSTIZIA È DA RIFORMARE.

Sondaggio IPR marketing IL CONFLITTO RENZI MAGISTRATURA



Guerra con le toghe, perde il Pd «Ma questa giustizia va riformata». Sondaggio Ipr, gli italiani penalizzano Renzi e il partito: giù di 3 punti

 

PER I CITTADINI la politica è un sistema in profonda crisi di reputazione mentre la giustizia è da  riformare. Non solo. Del resto, la maggioranza percepisce in questo periodo una significativa  degenerazione del fenomeno corruttivo, esito finale di un processo di moralizzazione mai  realmente attecchito nel nostro Paese. E la sottrazione di denaro pubblico rimane agli occhi degli  italiani un reato particolarmente grave: il 69% ritiene il corrotto annidato nelle istituzioni peggiore  di un delinquente qualsiasi, allineandosi in ciò al pensiero espresso recentemente dal neo  presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Piercamillo Davigo. La licenza concessa ai giudici,  quindi, nel perseguimento della corruzione prescinde dalla valutazione, negativa, del nostro  sistema giudiziario. La macchina della giustizia è giudicata gravemente deficitaria e nel complesso  inefficiente: il 57% degli italiani si dichiara insoddisfatto del suo funzionamento, e ne auspica una  immediata e profonda riforma. Uno dei motivi di maggiore scontento è individuato nell’arbitrarietà  dell’azione del magistrato: si lamenta cioè un’eccessiva distanza tra l’idea di una giustizia “giusta e  oggettiva” e quella effettivamente garantita dalle sentenze. Tuttavia, si discute di piani diversi.

L’immobilità dell’opinione pubblica rispetto al passato nel conflitto tra onorevoli e toghe si spiega  con il fatto che le frizioni di questi mesi tra Renzi e magistratura non sono percepite come un  fenomeno nuovo. Certo, il gioco dei ruoli prodotto dagli ultimi vent’anni aveva favorito la  sedimentazione di schieramenti che oggi appaiono sbriciolati, anzi invertiti: dopo l’epica della  stagione berlusconiana, lo scontro frontale con le procure e gli appelli alla “resistenza”, in questo  frangente sul banco degli imputati figura una variegata galassia di esponenti del centrosinistra,  tentata talvolta da strategie di risposta poco in sintonia con la storia della tradizione progressista.  Anche nel nuovo scenario, tuttavia, ai giudici si concede un surplus di fiducia e una licenza di  intervento nei confronti della classe politica. Ed è per questo che le frizioni degli ultimi giorni tra  partito democratico e magistrati non hanno giovato alla forza guidata da Matteo Renzi: lo si può  facilmente riscontrare dai trend delle intenzioni di voto,che hanno fatto registrare per il Pd una  contrazione di consenso di circa 2-3 punti. Anche il premier, a dispetto della ricerca di  “appeasement” con le toghe, ha scontato il moto di reazione iniziale con un calo di fiducia  rilevante. A ulteriore testimonianza di questa tendenza, va rilevato come l’unico tra i ministri ad  avere aumentato nell’ultimo mese il proprio indice di consenso sia stato proprio il ministro Orlando,  distintosi per la pacatezza del comportamento a dispetto degli ampi margini di movimento e di  visibilità mediatica. Resta, però, l’agenda del Paese e l’improcrastinabilità di un intervento di  riforma della nostra Giustizia. A questo proposito, viene da chiedersi quale credito l’opinione  pubblica possa concedere a un corpo di misure prodotte da quella stessa classe politica che si  vorrebbe inibita ad agire, visto che la fiducia verso il ceto politico e nei suoi leader è in vistosa e  continua flessione.


QUEL che è certo è che qualsiasi misura legislativa, per apparire credibile, non  potrà prescindere da un ampio consenso presso le parti direttamente interessate. Molto dovrà  cambiare, insomma, rispetto ai toni e agli argomenti adottati nel dibattito pubblico di questi giorni.  La contrapposizione frontale tra i due attori in campo (Renzi e la magistratura) genera confusione  nell’immaginario collettivo degli elettori che – per pregiudizio o per convinzione – partono dal  presupposto che la colpa è del ceto politico che non si è saputo rinnovare nella legalità nonostante  l’inserimento di nuovi protagonisti, come negli ultimi anni sono espressione il M5S e lo stesso  premier. Insomma il duello frontale con la magistratura è perdente per la politica da un punto di  vista di consenso, ma al contempo gli elettori chiedono significativi cambiamenti anche nel modo in  cui deve funzionare la giustizia. 

di ANTONIO NOTO*

*Direttore Ipr Marketing 

fonte: quotidiano.net      


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